mercoledì 29 giugno 2011

Poesia di Trilussa - Attila

Poesia di Trilussa - Attila:
                                              "Attila, er Re più berbero e feroce,
strillava sempre: - Dove passo io
nun nasce più nemmeno un filo d'erba:
so' er Fraggello d'Iddio!-
Ma, a l'amichi, diceva: - Devo insiste
su l'affare dell'erba perché spesso
me so' venuti, doppo le conquiste,
troppi somari a presso

Trilussa"

Fonte: Blog

Erich Fried - Come ti si dovrebbe baciare

Erich Fried - Come ti si dovrebbe baciare: "
Quando ti bacio
non è solo la tua bocca

non è solo il tuo ombellico
...non è solo il tuo grembo
che bacio
Io bacio anche le tue domande
e i tuoi desideri
bacio il tuo riflettere
i tuoi dubbi
e il tuo coraggio
il tuo amore per me
e la tua libertà da me
il tuo piede
che è giunto qui
e che di nuovo se ne va
io bacio te
così come sei
e come sarai
domani e oltre
e quando il mio tempo sarà trascorso
Erich Fried




"

domenica 5 giugno 2011

Quanto ci manca il conte Cavour - Il Sole 24 ORE

Quanto ci manca il conte Cavour - Il Sole 24 ORE


Questo articolo è stato pubblicato il 05 giugno 2011 alle ore 08:13.

Il successo, anche popolare, della parata del 2 giugno ha confermato una partecipazione al centocinquantenario dell'Unità d'Italia sulla quale pochi (anche nella maggioranza di centro-destra) avrebbero scommesso prima del 17 marzo. Forse, proprio questo ritrovato e diffuso (soprattutto nel Centro-Nord) senso dell'unità di patria contribuisce a spiegare perché la Lega non abbia sfondato, nonostante le aspettative, fuori dai suoi tradizionali recinti geografici, sociali e culturali.
Domani cade un altro appuntamento importante nella memoria nazionale, ossia il centocinquantenario della morte dell'artefice dell'Unità, il conte di Cavour, forse rimasto un po' più in disparte del dovuto in questo anno di efficace recupero della tradizione unitaria e risorgimentale. I torinesi che nel 1861 tributarono al loro primo ministro esequie degne di un sovrano avevano colto con precisione il trauma di una missione rimasta incompiuta: non l'unità, ma l'unificazione effettiva di una nazione sulla scorta dei presupposti liberali e democratici ai quali Cavour non aveva mai rinunciato.
Con la morte del Conte, scrisse Piero Gobetti, «la rivoluzione veniva a trovarsi senza contenuto e senza guida». E aggiungeva profeticamente lo stesso: «Il problema di Cattaneo ridiventava predominante». Insomma, Cavour lasciava incompiuto il processo di costruzione dello stato unitario, col quale ancora facciamo i conti in questi mesi, quando discutiamo di un assetto federale che allora sarebbe stato impossibile da realizzare (se non al prezzo di consegnare l'Italia al Papa-Re).
Cavour, è noto, non era federalista, ma non è affatto detto che l'alternativa, per lui, fosse il centralismo più spietato: del resto, fu proprio uno dei suoi eredi più devoti, Marco Minghetti, a immaginare uno sfortunato disegno di decentramento che la destra storica respinse perché spaventata dal brigantaggio meridionale.
Ma Cavour, oggi, è attuale non per l'esito che non ebbe il tempo di concludere, bensì per il disegno che ebbe il coraggio di delineare e che troppo spesso la cultura nazionale è portata a trascurare: l'unità della nazione, certo; ma soprattutto il consolidamento di un regime liberale (e, per l'epoca, democratico) che assunse il significato di un'autentica rivoluzione culturale. L'Italia unitaria come l'aveva voluta Cavour poté entrare a testa alta nel gruppo, assai limitato, degli stati di diritto, tutelati da una Carta costituzionale che tutti gli stati preunitari avevano stracciato dopo la fiammata del 1848. E questo grazie a Cavour e a una ristretta classe intellettuale che si erano opposti a qualunque revanscismo reazionario, fosse pure coperto dall'avallo autorevole della Corona.
Cavour non fu, come spesso lo si dipinge, un semplice manovale della realtà, pronto ad approfittare delle circostanze fortunate che gli si presentavano; fu l'artefice ostinato delle fortune proprie e del proprio Paese. E lo dimostrò, prima ancora che con l'operato da politico, con quello da imprenditore, da intellettuale e da giornalista. Cavour non avrebbe mai creduto nella "fine della storia", e anzi parlava della storia come di «una grande improvvisatrice». «In cospetto di tanta incertezza» si rifiutava di rimanere «sbigottito e sfiduciato» ma scendeva in campo, con l'azione e col pensiero, per fare opinione pubblica e trasformare la realtà. Era un liberale e un innovatore: nei suoi campi prima ancora che nelle aule parlamentari. Era, insomma, un riformista, come ha efficacemente ricordato pochi giorni fa Mario Draghi nelle sue Considerazioni finali; e proprio perché riformista, comprendeva l'esigenza di costruire consenso e vincere la battaglia delle idee.
Il socialismo non lo terrorizzava, ma lo metteva in guardia contro i rischi della reazione: con linguaggio ottocentesco e patrizio parlava di «carità legale», ma aveva in mente un sistema efficace di welfare che riconoscesse «quale uno stretto dovere sociale il non lasciare nessun individuo esposto a cadere vittima delle estreme miserie». «Pronto a combattere tutto ciò che potrebbe sconvolgere l'ordine sociale, (dichiarava) però considerare come stretto dovere della società il consacrare parte delle ricchezze che si vanno accumulando col progredire del tempo al miglioramento delle condizioni materiali e morali delle classi inferiori». E additava perciò l'esempio dell'amata Inghilterra che aveva saputo reagire alla prostrazione economica che assumeva aspetti di autentico degrado morale di quelle classi operaie che ne avevano assicurato l'impetuoso sviluppo economico.
Fiducioso nella libertà, diffidava dell'intervento pubblico e combatteva le barriere doganali, anzi vedeva nel protezionismo proprio «la pietra angolare sulla quale il socialismo innalza le batterie colle quali intende abbattere l'antico ordine sociale». E non temeva perciò di rifiutare protezioni alle industrie decotte.
Ce n'è abbastanza per comprendere come mai in un'Italia vischiosa e neo-corporativa Cavour sia più rispettato che apprezzato, più conosciuto che condiviso. Eppure stanno proprio nella sua eredità molti tra i momenti più alti dello sviluppo sociale, economico e politico del nostro Paese, in una linea di riformismo liberale che attraverso Giolitti e Einaudi arriva fino ai nostri giorni. Ricordare Cavour è l'occasione per rivendicare l'attualità e la vitalità di quella tradizione, ancora orfana di eredi politici.
salvatore.carrubba@ilsole24ore.com
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venerdì 3 giugno 2011

Da Galileo a Fermi - una storia italiana di Innovazione - An Italian History of Innovation


In occasione della Festa della Repubblica per l’Anniversario dei 150 anni dell’Unità d’Italia segnaliamo la  mostra “An Italian History of Innovation”. Nella mostra, il racconto di alcune delle tappe fondamentali della straordinaria storia di evoluzione del pensiero scientifico in Italia, da Galileo a oggi, è testimoniato da oggetti storici, riproduzioni di strumenti, ricostruzioni di macchine e parti di moderni rivelatori di particelle. Si trovano esposti strumenti originali risalenti al gruppo di Via Panisperna guidato da Enrico Fermi, il pioniere della fisica nucleare, un modello in scala reale del primo collisore al mondo di tipo materia-antimateria, la riproduzione d’inizio secolo della pila di Volta, la ricostruzione di alcune macchine di Galileo - tra le quali pendoli per lo studio degli urti, un piano inclinato di 6 metri, una bilancia ad acqua - e parti dei rivelatori usati al Cern nel recente passato.

Se nel ‘600 Galileo Galilei impone un nuovo modo di conoscere la natura aprendo la strada alla scienza moderna, all’inizio del ‘900 le ricerche sul nucleo atomico di Enrico Fermi getteranno le basi della fisica delle particelle elementari. Con la nascita dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) nel 1951, erede della scuola di fisica fondata da Fermi, si costituisce in Italia una comunità di scienziati unica per ricchezza di inventiva, capace di esportare idee e metodo in tutto il mondo. Lo stesso potenziale di innovazione caratterizzerà in quegli anni la nascita a Ginevra del laboratorio europeo di fisica delle particelle, il CERN, alla cui fondazione e successivo sviluppo l’Italia ha dato un forte contributo. Nel corso della storia italiana, alla vitalità degli scienziati si accompagna sempre un dinamismo di settori contigui come l’industria e il design.

giovedì 27 gennaio 2011

Ricordi

Caro Giovanni,
troppo poco il tempo è stato
eppur così tanto ci hai dato.
Acuto e ironico,
spigoloso e arcigno,
lingua tagliente,
memoria d'elefante,
Uomo d'altri tempi,
esempio di costanza,
applicazione e coerenza,
saldo nei principi,
sacri gli amici,
non sei andato via,
nei pensieri è la presenza.

venerdì 14 gennaio 2011

I VEDA

VEDA


I VEDA SONO I PIÙ ANTICHI DOCUMENTI DELLO SPIRITO UMANO DI CUI SIAMO IN POSSESSO. Scrive il Wilson: "Quando i testi del Rg-Veda e dello Yajur-Veda saranno completati, noi saremo in possesso di materiali sufficienti per una giusta valutazione dei risultati che ne deriveranno, e dell'effettiva condizione, sia politica che religiosa, degli Indù in un'epoca coeva alle più antiche testimonianze finora conosciute dell'organizzazione sociale, di gran lunga anteriore al sorgere della civiltà greca, antecedente alle più antiche vestigia finora scoperte dell'impero assiro, contemporanea probabilmente solo ai più antichi scritti ebraici e posteriore soltanto alle dinastie egiziane, di cui tuttavia si conosce ancora ben poco oltre ai semplici nomi. I Veda ci forniscono abbondanti informazioni in merito a tutto ciò che più ci interessa per lo studio dell'antichità".
Esistono quattro Veda: Rg, Yajur, Sama e Atharva. I primi tre concordano non soltanto nel nome, nella forma e nella lingua, ma anche nel contenuto. Di tutti, il più importante è il Rg-Veda. I canti ispirati che gli Ariani portarono con se‚ dalla loro patria originaria in India, come il bene più prezioso, si ritiene siano stati raccolti in risposta all'esigenza di preservarne l'integralità quando, nel loro nuovo paese, essi vennero in contatto con un gran numero di adoratori di altri dèi. Il Rg-Veda è appunto questa raccolta. Il Sama-Veda è una raccolta puramente liturgica. La maggior parte di essa si trova già nel Rg-Veda e anche quegli inni che gli sono peculiari non contengono una loro propria lezione indipendente: essi sono stati adattati per essere cantati durante i sacrifici. Anche lo Yajur-Veda, come il Sama-Veda, assolve ad una funzione liturgica. Questa raccolta fu fatta per rispondere alle necessità di una religione cerimoniale. Il Whitney scrive: "Nei primi tempi vedici il sacrificio era ancora, in genere, un libero atto di devozione, non affidato alle cure di un corpo privilegiato di sacerdoti non regolato nei piccoli dettagli, ma lasciato al libero impulso di chi lo offriva, accompagnato da inni e canti del Rg e del Sama-Veda, in modo che la bocca dell'offerente non tacesse mentre le sue mani presentavano alla divinità il dono che il suo cuore dettava... Tuttavia, poichè‚ col passar del tempo il rituale andava assumendo un carattere sempre più formale divenendo alla fine una serie strettamente e minuziosamente regolare di singoli atti, non soltanto vennero stabiliti i versi che dovevano essere citati durante la cerimonia, ma vi si introdusse anche un corpo di espressioni, di formule verbali intese ad accompagnare ogni singolo atto dell'intera funzione per spiegarla, giustificarla, benedirla, darle un significato simbolico... Queste formule sacrificali ricevettero il nome di Yajus, dalla radice yaj sacrificare... Lo Yajur-Veda è composto da queste formule parte in prosa e parte in versi, sistemate nell'ordine in cui ci si doveva servire di esse durante il sacrificio". Le raccolte del Sama-Veda e dello Yajur-Veda devono essere state compilate nell'intervallo di tempo tra la composizione del Rg-Veda e il periodo brahmanico, epoca in cui la religione ritualistica era ormai ben affermata. Per lungo tempo, l'Atharva-Veda non godette del prestigio di un vero Veda, sebbene per i nostri scopi sia secondo per importanza solo al Rg-Veda poich‚, come quest'ultimo, è una raccolta storica di contenuti indipendenti. Uno spirito diverso pervade questo Veda, che è il prodotto di una più tarda età di pensiero, e mostra il risultato dello spirito di compromesso adottato dagli Ariani vedici di fronte ai nuovi dŠi e spiriti di natura adorati dai popoli originari del paese che essi stavano lentamente sottomettendo.
Ciascun Veda consiste di tre parti denominate Mantra, Brahmana e Upanisad. La raccolta dei Mantra, o inni, è chiamata Samhita. I Brahmana contengono i precetti e i doveri religiosi. Le Upanisad e gli Aranyaka, che discutono problemi filosofici, sono le parti conclusive dei Brahmana. Le Upanisad contengono la base spirituale di tutto il successivo pensiero del Paese. Delle prime Upanisad, l'Aitareya e la Kausitaki appartengono al Rg-Veda, la Kena e la Chandogya al Sama-Veda, la Isa, la Taittiriya e la Brhadaranyaka allo Yajur-Veda, e la Prasna e la Mundaka all'Atharva-Veda. Gli Aranyaka si collocano tra i Brahmana e le Upanisad e, come suggerisce il loro nome, costituiscono oggetto di meditazione per coloro che vivono nelle foreste. I Brahmana trattano il rituale che deve essere osservato dal capo famiglia, ma quando questi nella sua vecchiaia si ritira nella foresta è necessario qualcosa che sostituisca il rituale, e a ciò provvedono gli Aranyaka. Gli aspetti simbolici e spirituali del culto sacrificale sono oggetto di meditazione, e questa meditazione prende il posto dell'esecuzione del sacrificio. Gli Aranyaka rappresentano l'anello di congiunzione tra il rituale dei Brahmana e la filosofia delle Upanisad. Mentre gli inni sono la creazione dei poeti, i Brahmana sono l'opera dei sacerdoti, e le Upanisad le meditazioni dei filosofi. La religione naturalistica degli inni, la religione ritualistica dei Brahmana e la religione spirituale delle Upanisad CORRISPONDONO MOLTO DA VICINO ALLE TRE GRANDI DIVISIONI DELLO SVILUPPO RELIGIOSO SECONDO LA CONCEZIONE HEGELIANA. Sebbene in un'epoca posteriore queste tre divisioni siano coesistite, non c'è dubbio che originariamente si svilupparono nel corso di epoche successive. Le Upanisad, se in un certo senso rappresentano la continuazione del culto vedico, in un altro senso costituiscono una risposta alla religione dei Brahmana.

Upanishad

Le Upanisad sono trattati di estensione variabile, appartenenti ad epoche diverse, in prosa e in versi, alcune miste, dedite a indirizzare l'aspirante alla verità trascendente il piano di realtà del grossolano attraverso la contemplazione o la stimolazione della buddhi (ragion pura) attraverso l'ascolto delle verità supreme che vertono QUALI SIANO L'ORIGINE E IL DESTINO DELL'UOMO, QUALE RAGIONE REGGA LE VARIE VICENDE DELL'ESISTENZA, QUALE SIA IL FONDAMENTO ULTIMO DELL'UNIVERSO E DELLA VITA.
Le Upanishad costituiscono la parte conclusiva dei Veda. In origine diverse migliaia, ne rimangono più di 200, benché‚ per tradizione, quelle più considerate siano 108. La loro datazione è incerta: le più antiche dovrebbero risalire all'VIII e al VII secolo a.C., antecedenti all'era buddista; le più recenti al V o al IV secolo a.C.
Ma le Upanisad veramente importanti e tipiche sono poco più d'una dozzina, sono denominate Upanisad antiche e medie oppure vediche, appartengono alle varie scuole che si rifanno alle Samhita vediche e quindi fanno parte della rivelazione, e risalgono a un periodo compreso, con tutta probabilità, tra il 700 e il 300 a. C.
Le Upanishad sono state composte da autori ispirati, ed appartengono alla letteratura rilevata o sruti (lett.: "ciò che è stato udito" ) al pari dei Veda, esse hanno un carattere religioso - culturale; tuttavia, a differenza di quelli, presentano tratti altamente speculativi. In effetti, tutta la filosofia indiana non è altro che una glossa e un commento alle Upanishad.
Il termine, nell'interpretazione che per lungo tempo ha goduto maggior fortuna e che s'attiene al significato più evidente (UPA-NISAD = SEDERSI VICINO) sembra alludere al carattere esoterico dell'insegnamento, trasmesso dal maestro al discepolo che, avendone le qualificazioni, gli sedeva vicino.
Chi consideri tuttavia la dottrina monistico-idealistica in cui sembra culminare il pensiero upanishadico, chi osservi il rivolgimento portato nella concezione della vita dal dogma del ciclo delle esistenze, che proprio nelle Upanisad s'afferma per non più abbandonare il suolo dell'India, chi valuti nella giusta misura la difficoltà di staccarsi dalla concezione mitica dell'universo e dal dominio più o meno esclusivo del rito e della magia per GUARDARE CON OCCHIO SPASSIONATAMENTE LIMPIDO AI FATTI DELLA VITA E DELLA MORTE, dovrà riconoscere che nelle Upanisad, al di là degli innegabili apriorismi e delle sopravvivenze del passato, lo spirito umano ha lasciato una documentazione notevolissima d'un travaglio spirituale che cerca, propone e ancor dubita delle soluzioni proposte, che accetta e combina spregiudicatamente elementi e nozioni di varia origine, che per rappresentare la complessità dell'inconoscibile non esita ad ammettere contraddizioni e contrasti. E la validità non già delle risposte date, ma dell'atteggiamento assunto, è dimostrata dal fatto che la storia del pensiero indiano è incomprensibile ove si trascuri il periodo delle Upanisad antiche e medie.
Esaminando le tematiche delle Upanishad più importanti, ne emergerà la continuità di fondo, benché‚ non una visione unitaria o omogenea.
Nella Brihadaranyaka Upanishad è formulata una cosmologia primitiva. All'inizio c'era soltanto il nulla, il non essere, dal quale si produsse l'universo. IN OGNI UOMO ALBERGA UNA SCINTILLA DEL BRAHMAN, L'ENERGIA COSMICA: SI TRATTA DELL'ATMAN, IL PRINCIPIO DELL'INDIVIDUALITÀ O IL SÈ PERSONALE (di solito, erroneamente tradotto con "anima"; per quanto concerne la possibilità di definire "personale" l'atman). Viene POSTULATA UNA CORRISPONDENZA INTIMA TRA IL MICRO E IL MACROCOSMO, sulla base di vari spunti vedici. OGNI CREATURA RICEVE QUALCOSA DAL BRAHMAN: L'INCARNAZIONE PIÙ COMPLETA DI QUEST'ENERGIA È IL BRAHMANO, IL SACERDOTE. In questa Upanishad si torna sulla questione delle caste. Tuttavia, nonostante l'evidente enfasi sulla casta brahmanica, nella Upanishad è un guerriero a istruire un sacerdote. Evidentemente alla classe dei Brahmani non era ancora stato assegnato il ruolo di primo piano che avrebbe avuto in seguito. SI DICHIARA CHE DEL BRAHMAN NON SI PUÒ PARLARE. NESSUNA DETERMINAZIONE VERBALE RIUSCIREBBE A RENDERNE LA NATURA: "non così, non così" (neti neti): è l'unica espressione applicabile all'ENERGIA COSMICA. VIENE POI INDICATA L'IDENTITÀ TRA IL BRAHMAN E L'ATMAN, TRA L'ENERGIA IMPERSONALE E L'IDENTITÀ PERSONALE (4, 4, 5)." TUTTO IL MONDO NON È ALTRO CHE L'ATMAN. "L'ATMAN È INDISTRUTTIBILE ED ETERNO. Questa cosmologia ha importanti risvolti etici. L'UOMO DOVRÀ PRENDERE COSCIENZA DELLA PROPRIA IDENTITÀ AUTENTICA, PER CAPIRE CHE IL SUO ATMAN, LA PROPRIA NATURA INTIMA, CONTIENE UN PRINCIPIO UNIVERSALE. Egli RIFUGGIRÀ DALLE PASSIONI, VOTANDOSI ALL'ASCETISMO. Ad un certo punto della propria evoluzione, INFINE, SI LASCERÀ DIETRO QUALSIASI MASSIMA O NORMA ETICA: SARÀ LIBERO SIA DAL MALE CHE DAL BENE. In questo stato d'animo non traccerà più alcuna distinzione tra sè e gli altri, rendendosi conto della perfetta identità tra il Brahman e l'atman. E non potrà più temere nulla: la sua vita sarà immortale, ormai, come quella del cosmo.
Anche nella Chandogya Upanishad, un membro della casta guerriera , cioè un principe, si rivedrà più perspicace dei suoi interlocutori brahmani. Il protagonista della Upanishad è il brahmano Uddalaka Aruni. Anche qui viene POSTULATA UNA PERFETTA CORRISPONDENZA TRA IL MICRO E IL MACROCOSMO: UNO STESSO FENOMENO, IL RESPIRO PERVADE OGNI AMBITO DELL'UNIVERSO, E CONTINUA A SUSSISTERE IN OGNI ISTANTE, PERSINO NEL SONNO PROFONDO. Con alcune varianti, ci si riallaccia alla cosmologia della Briahadaranyaka Upanishad: DAL NON-ESSERE DERIVA L'ESSERE; in questo caso, si passa poi alla produzione di un uovo cosmico, le cui metà compongono l'universo. Tuttavia, in altre sezioni della Upanishad questa dottrina viene negata: "COM'È POSSIBILE CHE DAL NON - ESSERE SIA SORTO L'ESSERE?". Ciò attesta la presenza di alcune incrostazioni, quindi l'apporto di vari autori alla redazione dell'opera. SUL PIANO ETICO, SI AMMETTE LA RINASCITA. IN BASE ALLE AZIONI COMPIUTE, SI TORNERÀ IN ALTRE SPOGLIE SULLA TERRA: NELLE TRE CASTE ARIANE, NEI CASI DI BUONA CONDOTTA; COME ANIMALI SPREGEVOLI O COME INTOCCABILI ( " FUORI CASTA " O CANDALA, NEI CASI DI MALVAGITÀ (5, 10, 7).

Al punto culminante della Upanishad, Uddalaka si rivolge al figlio, ammonendolo: "Quello sei tu, Cvetaketu ". "QUELLO" È L'ATMAN, IL PRINCIPIO INDIVIDUALE CHE CORRISPONDE AL BRAHMAN, E SI CELA IN OGNI ENTITÀ. In questo modo, il figlio apprende la propria perfezione. E` L'ATMAN CHE PERMETTE AD UN SEME DI PRODURRE UN GRANDE ALBERO. ESSO È UN'ESSENZA SOTTILE, UNA FORZA INVISIBILE CHE CONSENTE AD OGNI ESSERE DI REALIZZARE LA PROPRIA NATURA. E` IL RESPIRO VITALE, CHE INFONDE ENERGIA ALLE CREATURE. IN ULTIMA ANALISI, È IL BRAHMAN: IL MIO SÈ È IL SÈ DEL COSMO. BISOGNA CERCARE DENTRO DI SÈ LA PROPRIA MATRICE, UNA SCINTILLA ENERGETICA CHE OSPITIAMO IN UN PICCOLO SPAZIO VUOTO DEL CUORE. SE VI SI RIESCE, AIUTANDOSI CON LA MEDITAZIONE, I SACRIFICI E LO STUDIO DEI VEDA, NON CI SI AMMALERÀ PIÙ, NÈ SI SOFFRIRÀ O SI MORIRÀ. SI ENTRERÀ NEL MONDO DEL BRAHMAN, PER NON FAR PIÙ RITORNO SULLA TERRA . IL CICLO DELLE RINASCITE VIENE INTERROTTO . UN'ESISTENZA ETERNA ATTENDE L'ATMAN, NEL SUO AMPLESSO CON IL BRAHMAN, CHE È LA SUA STESSA FONTE.

Nella Taittiriya Upanishad viene ripreso l'ASSUNTO DELL'IDENTITÀ BRAHMAN/ATMAN. Si è inoltre convinti che nella sillaba om si celi l'essenza del Brahman.

Nella Kena Upanishad si dichiara che IL BRAHMAN NON PUÒ ESSERE INSEGNATO, NÈ PENSATO: NÈ CHI CREDE DI CONOSCERLO, NÈ CHI CREDE DI NON CONOSCERLO COGLIE NEL SEGNO.

Nella Isà Upanishad si coltivano tendenze teistiche, accennando ad un " Signore " (Ica). Si raccomanda di abolire la mentalità dualistica: solo così, ad un certo punto, si capirà che nell'alto dei cieli c'è soltanto il proprio Io. La distinzione tra noi e gli altri viene invalidata. A quel punto, abbandonando la conoscenza e l'ignoranza, si attingerà l'immortalità.

Nella Katha Upanishad si narra dell'incontro tra Naciketas, il primo uomo che morì, e Yama, il Dio dei morti. "Dopo la morte, l'uomo esiste ancora o no?" E` questa la domanda angosciante che Naciketas pone al Dio della morte. Ma non non otterrà una vera risposta: Yama si limita a dirgli che l'atman è immortale ed eterna (2, 5, 13).

Nella Mundaka Upanishad vengono ammessi due ambiti della conoscenza. Da un lato, c'è il campo delle scienze inferiori: lo studio dei Veda, l'astronomia, la fonetica, la ritualistica, la grammatica, la metrica e l'etimologia. Dall'altro l'c'è la scienza superiore, il cui oggetto è la conoscenza del Brahman(1, 1, 5).

Nella Mandukga Upanishad si parla di quattro stati di coscienza o piani di realtà: vaicvanara, stato di veglia; Taijasa, stato onirico; prajnà, stato del sonno profondo; turiya, stato indefinibile. Nel primo la conoscenza dell'adepto si fonda sul pensiero dualistico e sulle distinzioni, richiamandosi agli oggetti sensibili. Nel secondo si volge invece all'interiorità, cioè agli oggetti del sogno. Nel terzo l'adepto non vede più alcuna immagine, quindi può rinunciare ad effettuare la distinzione tra soggetto ed oggetto. Nel quarto, infine, egli non dipende più da alcunché, all'infuori di sè stesso: ha realizzato la perfetta coincidenza tra il Brahmane l'atman. Ormai coltiva una consapevolezza non - duale, evitando di riferirsi alle cose esteriori e a quelle interiori .
La Cvetacvatara Upanishad, infine, è tra le più recenti delle composizioni antiche. Nel Brahman è insita una trinità: Dio, atman e " natura " (prakriti o cakti). Dio è il Signore del mondo, Colui che lo crea e lo distrugge. A volte è chiamato Rudra; a volte, Civà. La natura è illusoria: nient'altro che il prodotto di un gioco di prestigio del mago divino. Essa appare in un certo modo, ma non è in quel modo. L'ATMAN È IL SÈ INDIVIDUALE: DA UN LATO, UN ELEMENTO PERSONALE; DALL'ALTRO, UNA COMPONENTE ETERNA DEL BRAHMAN IMPERITURO. COLUI CHE, ATTRAVERSO LE OPPORTUNE PRATICHE YOGICHE, SCOPRIRÀ CHE DIO ABITA NEL SUO STESSO CUORE, OTTERRÀ LA LIBERAZIONE. IL SUO ATMAN SARÀ RIASSORBITO NEL BRAHMAN. Anzich‚ sulla conoscenza, qui si insiste sulla devozione (bhati) nei confronti del Signore. Questa Upanishad si discosta, per grandi linee dalle altre: influenzerà molto la religiosità della massa. E non soltanto la speculazione filosofica. Nelle varie Upanishad s'insiste sull'autorealizzazione, per rifiutare, o perlomeno ridimensionare, l'importanza dei sacrifici vedici. Si tende alla liberazione (moksha), un obiettivo che è possibile raggiungere soltanto uscendo dal samsara, il siclo delle nascite e delle morti. Ogni azione produce un frutto: è il principio basilare della legge del karma , che determina le modalità delle future reincarnazioni. Attraverso la condotta ottimale, si deve cercare di spezzare il ciclo: a quel punto, l'atman sussisterà in eterno , inglobato nel Brahman. E` una liberazione, in positivo, dunque, ben diversa da quella di un certo buddhismo, per il quale l'uscita dal samsara comporterebbe l'estinzione eterna.

(Tratto da La Filosofia Indiana - Leonardo Arena - Edizioni Newton & Upanishad a cura di Carlo della Casa - Edizioni Utet)